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Il confronto tra Stati Uniti, Israele e Iran ha cambiato la conversazione nella regione araba, dove il linguaggio rivela divisioni settarie, simbiosi geopolitiche e omissioni strategiche. La proposta del libro presenta un approccio completo a un’analisi psicolinguistica inedita, che sottolinea come le parole creino realtà distinte in un ambiente di conflitto ibrido.Contesto psicolinguisticoIl linguaggio diventa il principale terreno di scontro, alterando le percezioni e giustificando gli atti. Espressioni come 'Asse della resistenza' (miḥwar al-muqāwamah) associate all’Iran evocano un senso di orgoglio tra gli sciiti e l’idea del martirio (shahadat), santificando perdite come quella di Ali Khamenei nel 2026, mentre i sunniti lo trattano come una 'rete terroristica'. D’altro canto, la narrazione statunitense-israeliana utilizza i 'danni collaterali' per minimizzare il numero di civili colpiti, dando priorità a certe storie umanitarie. Reazione arabaNel Golfo, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti optano per un silenzio complice di fronte agli attacchi a strutture come al-’Udeid, ponendo come priorità la lealtà agli Stati Uniti.