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Ai margini dell’Impero spagnolo, la Patagonia era apertamente esposta all’influenza britannica; questa situazione continuò nel XIX secolo, quando entrarono in scena Cile e Argentina. Dopo il 1880, in seguito alla risoluzione manu militari del 'problema indiano', entrambi i Paesi intrapresero un’opera di colonizzazione della regione, attirando pecore dalle Falkland e dalle pampas. La pastorizia permise una rapida e redditizia occupazione del territorio e il suo inserimento nel commercio mondiale. Nel 1914, la Patagonia produceva 1/3 della lana del Sud America. La regione funzionale era autarchica e anglofila, ma gli Stati argentino e cileno finirono per imporsi dopo il 1930 e la frontiera internazionale riuscì a rompere l’unità della regione. Lo smantellamento della regione andò di pari passo con l’indurimento del nazionalismo e il ritiro britannico. Oggi si dice che la Patagonia sia in bilico tra le forze centripete della coesione geostorica e quelle centrifughe della politica extraregionale. La rinascita dei regionalismi in reazione alla globalizzazione offrirebbe alla Patagonia l’opportunità di ricostituirsi.