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L’attuale declino della competitività di molti Paesi capitalistici altamente sviluppati con un’economia guidata dall’innovazione stimola gli scienziati a trovare spiegazioni per questo fenomeno ripensando il quadro concettuale dello sviluppo territoriale. L’autore suggerisce di abbandonare la comprensione quantitativa di questo fenomeno che è specificamente limitata all’economia, cioè di sostituire un paradigma evolutivo (quantitativo) dello sviluppo del territorio con uno pluralistico (qualitativo), che considera l’esistenza di diversi 'sviluppi' - invece di un unico percorso quantitativo di sviluppo del territorio - nel mondo globale. L’obiettivo principale di ogni sviluppo territoriale non è la produzione di più beni e servizi (che in molti casi sono 'anti-beni' e 'antiservizi'), ma la 'produzione di persone di qualità' su questo territorio. Le cosiddette 'malattie della civiltà' ci fanno dubitare dell’efficienza dell’uso delle risorse da parte delle persone e della sostenibilità del progresso nei cosiddetti Paesi 'sviluppati' - quelli con un alto livello di reddito che hanno scelto un percorso di sviluppo basato sull’economia di mercato e sulla società dei consumatori - nonché della loro ulteriore capacità di crescita.