Antoine Mwanamolo Ng’ise Musongya
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L’istituzione della Corte penale internazionale (CPI) faceva presagire un futuro migliore, nella misura in cui vi si intravedeva la fine dell’impunità per i crimini più gravi commessi nel mondo. A circa quindici anni dall’entrata in vigore dello Statuto di Roma, è opportuno verificare se tali speranze possano essere considerate soddisfatte o in via di realizzazione, attraverso l’analisi dell’operato di questa giurisdizione dal punto di vista della sua efficacia. L’efficacia è la proprietà di ciò che raggiunge il proprio scopo. Deriva dall’adeguatezza dei mezzi scelti a tal fine. Lo scopo perseguito dalla CPI consiste nella repressione dei crimini più gravi. I mezzi giuridici su cui essa si basa per l’adempimento della propria missione sono, tra gli altri, la cooperazione degli Stati e il deferimento alla Corte da parte del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Tuttavia, tali mezzi si rivelano limitati nella loro attuazione. È così che questo libro, che si apre con il vibrante appello alla giustizia per tutti cantato da Tiken Jah Fakoly, si chiude con l’esortazione a riformare lo Statuto di Roma per adattarlo alle nuove situazioni.